Diario di bordo: Palermo

Quest’esate (Agosto 2010), andrò in viaggio in Sicilia e la mia intenzione è quella di girare l’isola nei dintorni di Palermo. In questi giorni infatti mi sto documentando molto e sto stilando un Itinerario che cercherò di seguire una volta arrivata sul posto. La mia mappa prevede di visitare le seguenti città:

  • Aliminusa
  • Cefalu’
  • Bagheria
  • Monreale
  • Palermo

PALERMO

Paese che dista 67 km da Aliminusa, raggiungibile in un’ora e mezza di macchina.

Palermo, in siciliano Palermu, è Capoluogo dell’omonima provincia regionale e della Regione Siciliana, ed è il principale centro culturale, storico ed economico-amministrativo della Sicilia.
La sua storia millenaria le ha regalato un notevole patrimonio artistico ed architettonico:

Per questioni culturali, artistiche ed economiche è stata tra le maggiori città del Mediterraneo ed oggi è fra le prime mete turistiche della regione della nazione e d’Europa. La città, inoltre, attraverso attente opere di riqualificazione si prepara a diventare una delle principali città della zona euromediterranea.

Come si può capire dalla mole di reperti architettonici e storici, Palermo è una città che non si può visitare tutta in un giorno, per cui l’itinerario in questo caso verrà diviso in più giorni.
Al mattino si visiteranno le parti della città del periodo storico desiderato e nel pomeriggio si farà un giro per le vie del paese.

  • Interessante è il Parco della Favorita.

Nato nel 1798 dall’espropriazione, a varie famiglie aristocratiche del luogo, di una superficie di 400 ettari, da parte di Ferdinando III di Borbone a quel tempo costretto a lasciare il Regno di Napoli invaso dall’esercito francese di Napoleone.
Era ad un tempo parco, luogo per esperimenti agricoli di carattere utilitario, e riserva di caccia. Vi erano ombrosi viali, esedre, spiazzi con sedili, fontane, frantoi, cantine. I viali principali del parco, intitolati a figure della mitologia (Viale Diana, Viale d’Ercole, ecc), erano in origine destinati al lento passeggio, specie d’estate, per godere della frescura della rigogliosa vegetazione, ora ridotti ad anonime e pericolose arterie di attraversamento veloce.
All’interno del parco fu costruita tra il 1798 e il 1802 la Palazzina Cinese, dimora di Ferdinando IV durante il suo forzato esilio. Nata su una preesistente costruzione, l’architetto Venanzio Marvuglia volle rispettare lo stile, la foggia e il gusto cinese della Casina preesistente, ma in una reinterpretazione assolutamente fantasiosa, originale quanto eccentrica.

  • Le spiagge di Palermo sono una tappa obbligata!

Bianche e sabbiose, colorate e rocciose, non importa. Ciò che rende particolare la città di Palermo è di sicuro il mare!!!

Testolinabuffa

Diario di bordo: Monreale

Quest’esate (Agosto 2010), andrò in viaggio in Sicilia e la mia intenzione è quella di girare l’isola nei dintorni di Palermo. In questi giorni infatti mi sto documentando molto e sto stilando un Itinerario che cercherò di seguire una volta arrivata sul posto. La mia mappa prevede di visitare le seguenti città:

  • Aliminusa
  • Cefalu’
  • Bagheria
  • Monreale
  • Palermo

MONREALE:

Paese che dista 50 km da Aliminusa, raggiungibile in un’ora e mezza di macchina.

Monreale (Murriali in siciliano) è un comune della provincia di Palermo e dista 5 km a sud dal capoluogo.
Le sue origini deriverebbero da un antico villaggio arabo situato alle pendici del Monte Caputo a 310 m sul livello del mare. L’importanza di Monreale comincia ad essere tale con l’avvento della dinastia normanna verso XI secolo. Era in questo luogo che i re normanni, si ritiravano per riposare dalle fatiche della guerra e dal Governo della Sicilia.

Questa città è famosa soprattutto per il suo Duomo:
Imponente con i suoi cento metri di lunghezza, magnifico con le splendide absidi decorate ad archi ciechi, il Duomo di Monreale rivela la sua sontuosità all’interno. Superato lo splendido portone di Bonanno Pisano – o la porta, non meno bella, realizzata da Barisano da Trani – si resta senza fiato davanti alle pareti rivestite di stupendi mosaici, definiti un miracolo di oreficeria, estesi per seimila e trecento metri quadrati. Mosaici policromi e d’oro zecchino, raffiguranti la Bibbia, la Creazione, i Profeti e la venuta di Gesù, la Crocifissione e la Resurrezione.
Il tetto, anch’esso mirabile, a forma di carena di nave, è costituito da enormi tronchi scolpiti con fregi d’oro.
Il lato destro ospita i mausolei con le spoglie di Guglielmo II il Buono e di Guglielmo I il Malo, due re dal carattere diverso la cui indole si riflette perfino nei loro sarcofagi: di marmo bianco, istoriato, il primo, di rigorosa e spoglia pietra scura di porfido il secondo.
Nella cripta infine si custodisce anche il tesoro di Guglielmo II, di cui fa parte una spina della corona di Cristo, conservata in un reliquiario d’oro e d’argento.
La visita continua nel chiostro, dalla pianta quadrata sottolineata dall’elegante colonnato composto da centoquattordici coppie di colonnine.

Visitare il Duomo è un’azione che non si compie in poco tempo per cui l’ora del pranzo al sacco è vicina.
Dopo il pasto, passeggiando per la cittadina si prosegue verso l’antica chiesetta di San Vito, molto amata dai monrealesi, dove trovarono sepoltura due illustri cittadini, Antonio Veneziano e Pietro Novelli.
Sulla piccola piazza Vaglica si affaccia il Collegio di Maria. A questo è annessa la chiesa della Santissima Trinità, dall’insolita pianta ottagonale e con un bell’altare maggiore rococò.
La chiesa vanta opere del Seicento e un tesoro di paramenti sacri, intessuti da fili d’oro e d’argento.

Dopo tutte queste passeggiate è giunta l’ora di gustare le delizie che il paese ci offre.


“Il giardino degli aranci è situato nell’incantevole cornice della Conca D’Oro, situato proprio alle spalle del Duomo della cittadina normanna. Il locale presenta un’atmosfera calda e accogliente, in sale ampie e ben illuminate all’interno e una frizzante accoglienza nello spazioso giardino costituito da zone relax, prato all’inglese e zona barbecue.
Il menu rispetta la tradizione dei prodotti siciliani, con un occhio di riguardo alle specialità a base di pesce, ma comprende anche piatti di cucina internazionale.”

Direi che questo è perfetto!

Testolinabuffa

Diario di bordo: Bagheria

Quest’esate (Agosto 2010), andrò in viaggio in Sicilia e la mia intenzione è quella di girare l’isola nei dintorni di Palermo. In questi giorni infatti mi sto documentando molto e sto stilando un Itinerario che cercherò di seguire una volta arrivata sul posto. La mia mappa prevede di visitare le seguenti città:

  • Aliminusa
  • Cefalu’
  • Bagheria
  • Monreale
  • Palermo

BAGHERIA

Paese che dista 52 km da Aliminusa, raggiungibile in circa un’ora di macchina.

Bagheria si trova in una stretta piana a sud-est della città di Palermo. La città (Baarìa in siciliano) dopo Palermo è il comune più popolato della provincia di Palermo, situato sulla costa settentrionale della regione a 15 Km da Palermo. Il nome Bagheria può avere diverse origini:

  • dal termine fenicio Bayharia cioè “zona che discende verso il mare”.
  • Dal termine arabo Bāb al-Gerib, “La Porta del Vento”.
  • Il nome attuale potrebbe anche essere solo una parte di un nome completo, sempre dall’arabo, di cui è rimasta solo la parola Baarìa o Bahriia che segnifica ‘marina’.

Per cominciare bene la giornata si potrebbero visitare  alcune ville tipiche di bagheria quali:

Villa Butera: costruita da Giuseppe Branciforte di Butera nel 1658, ha un aspetto severo di edificio fortificato, sottolineato un tempo dalle torri non più esistenti; una nuova facciata, sul lato opposto alla prima, fu costruita da Salvatore Branciforte nel 1769.
Villa Cattolica, de1 1736, dall’aspetto austero, e sede della Galleria comunale d’arte moderna e contemporanea “Renato Guttuso”, con dipinti anche di questo pittore, la cui tomba-monumento si trova nel giardino.
Villa Palagonia
, 1715, degli architetti Napoli e Daidone, detta la Villa dei mostri, per le impressionanti figure, in pietra arenaria, di persone e animali che la circondano, come volle Ferdinando Gravina Alliata, che ebbe la villa dallo zio principe di Palagonia.

Proseguire poi  verso i palazzi e i musei qui presenti:

  • Palazzo Inguaggiato del 1770, costruito con la bella pietra dorata dei dintorni;
  • Il nuovo Museo Civico, all’interno del palazzo Cuto’ restaurato.
  • Una grande chiesa, San Pietro Apostolo, in stile moderno, è stata inaugurata nel 1999; all’interno, una Via Crucis con statue in bronzo del friulano Edo Ianic.

Dopo aver fatto pranzo, cosa c’è di meglio di una passeggiata su Monte Catalfano, il polmone verde di Bagheria?
Grotte marine, zubbi, rare specie faunistiche e floristiche: Monte Catalfano è un angolo di paradiso incontaminato che diventerà presto parco naturalistico e ospiterà il primo Centro di Educazione Ambientale del Mezzogiorno.
Il Monte comprende le tre piccole alture che si ergono a nord della pianura di Bagheria. Diversi gli itinerari da scegliere, tra cui il Sentiero delle grotte di origine marina; l’Itinerario delle grotte a mare ed il Sentiero degli Zubbi.

I Malavoglia: questo il nome di un ristorante bagherese che mi ispira moltissimo. Come ben si sa, la famiglia dei Malavoglia era atta alla pesca.. Di sicuro il pesce qui, sarà buono, no?

Testolinabuffa

Diario di bordo: Cefalu’

Quest’esate (Agosto 2010), andrò in viaggio in Sicilia e la mia intenzione è quella di girare l’isola nei dintorni di Palermo. In questi giorni infatti mi sto documentando molto e sto stilando un Itinerario che cercherò di seguire una volta arrivata sul posto. La mia mappa prevede di visitare le seguenti città:

  • Aliminusa
  • Cefalu’
  • Bagheria
  • Monreale
  • Palermo

CEFALU’

Paese che dista 50 km da Aliminusa, raggiungibile in un’ora di macchina.

Cefalu’ è un rinomato centro turistico che in antichità veniva chiamato Kephaloidion, la cui origine viene dalla parola greca kefalè, (capo) in riferimento alla roccia che lo domina. Il sito è adagiato su uno splendido promontorio: é attestata la presenza di popoli già in età pre-ellenica.
Durante la mattinata si potrebbero visitare due importanti punti storico-culturali:

  1. Lavatoio Medi evale:Alla foce del ruscello Cefalino che scorre sotto le abitazioni del paese, sorge il caratteristico Lavotoio Medievale, nelle cui vasce scavate nella roccia viva, fino a pochi decenni fa le donne cefaludesi si recavano a lavare i loro panni.
  2. Santuario Gibilmanna:Il Santuario di Gibilmanna è dedicato alla Madonna. Il nome del sito ha origine araba com’e’ attestato dal nome “Gibel el Mann” – Monte della Manna – o “Gibel el Iman” – Monte della fede -. La posizione naturale conferisce al Santuario un notevole fascino.

Dopodiché giunge il momento di godersi l’altra metà della giornata, magari in riva al mare,  se il sole risplende, oppure se la giornata è un po’ cupa, al parco delle Madonie.
Le spiagge sono di svariato tipo. Chi preferisce godersi una spiaggia con sabbia fine si dirigerà verso la spiaggia “Lungomare”, famosissima per la sua frequenza da parte dei cittadini del posto ma sopratutto dai turisti;

chi invece è amante delle pietre opterà per la spiaggia “S.Ambrogio” ,spiaggia molto grande composta da sassi e sabbia con tratti di ciotolini. Il mare in entrambi i casi, è molto pulito e limpido.

Notevole è il patrimonio naturalistico, storico e artistico del parco delle Madonie. In un contesto caratterizzato da aspre montagne che si affacciano sul mare di Sicilia, sono ancora evidenti i segni dell’uomo, testimonianze di una presenza millenaria (Preistoria) che in alcuni casi si tramanda in attività attuali. Il territorio è segnato da numerosi edifici religiosi, monasteri, eremi e chiese rupestri, spesso suggestivamente isolate in alto sulle montagne. Dimenticati lungo le vie d’acqua i mulini, le vecchie masserie spesso costruite sui resti di più antichi casali romani, testimoniano la capacità di una cultura capace di vivere in simbiosi con la natura.

Se si vuole concludere in bellezza la giornata potrebbe essere piacevole provare il ristorante “Gatto Nero -Le Chat Noir”: ubicato in un vecchio edificio del 1500-1600 ristrutturato nel 2000 il Ristorante si trova in una delle strade più suggestive di Cefalù in via xxv Novembre 17 a due passi dalla piazza del Duomo dove sorge la magnifica cattedrale Normanna. Qui si gustano i piatti tipici della cucina locale e regionale, in particolare pietanze a base di pesce fresco e frutti di mare.

Dopo una giornata così, posso tornare ad Aliminusa con un po’ di cultura in più e, perché no, magari un sassolino ricordo!!! ;-P

Testolinabuffa

Diario di bordo: Aliminusa

Quest’esate (Agosto 2010), andrò in viaggio in Sicilia e la mia intenzione è quella di girare l’isola nei dintorni di Palermo.
In questi giorni infatti mi sto documentando molto e sto stilando un Itinerario che cercherò di seguire una volta arrivata sul posto.

La mia mappa prevede di visitare le seguenti città:

  • Aliminusa
  • Cefalu
  • Bagheria
  • Monreale
  • Palermo

ALIMINUSA

Questo è il paese in cui alloggerò. Da qui ogni giorno partirò con lo zaino in spalle, andrò a visitare la cittá dell′itinerario che più mi aggrada in quel giorno, ed è qui che tornerò a sera.

Aliminusa sorge sul versante nord del monte Roccelito (a Suprana per gli abitanti) e di fronte al paese si erge maestoso il Monte San Calogero, con uno spicchio di Mar Tirreno.
Il nome Aliminusa deriva da Rachalminusa: rachal in arabo significa casale. Matteo Sclafani del 1333 nel testamento dice di aver comprato quel feudo e quel casale da Gualtiero Fisaula.
Il feudo e il casale di Rachalminusa passò alla figlia Aloisia sposa di Guglielmo Peralta ed è una carta ora conservata nell’archivio degli Uffizi Fiorentini con il titolo di Terrae harminusae , Rachalminusa viene storpiato in harminusa termine tuttora usato dai locali.
Nel 1620 la Contea di Sclafani viene smembrata nei vari feudi e darà origine ai comuni di Aliminusa, Scillato, Sclafani, Valledolmo.

Interessante è l′aspetto rurale di questa cittadella: le case sono perlopiù abitazioni monofamiliari, che si ergono per un massimo di 3 piani. Un “hobby” molto diffuso tra gli abitanti è quello dell′agricoltura privata, infatti ognuno ha il suo piccolo orticello che coltiva attentamente.

Per i giovani il divertimento serale è un intimo ritrovo a casa di amici o al bar. Per i più festaioli invece Cefalu’ e Termini Imerese restano la mete più visitate.

Testolinabuffa

Andiamo a bere qualcosa…

Isola del vino. Così viene chiamata la Sicilia dalla temperatura mite, terre collinose, leggera brezza di mare e sole acceso, che rendono possibile la coltivazione dei migliori vini.
La coltivazione delle uve bianche si concentra soprattutto nella Sicilia occidentale, nelle zone di Trapani, Agrigento e Palermo; la coltivazione di quelle a bacca rossa ha luogo, soprattutto, nella Sicilia orientale.

Un ottimo vino per l’antipasto da gustare accompagnato con formaggi erborinati è il Malvasia delle Lipari. Vino prodotto nell’isola di Lipari nell’arcipelago siciliano delle isole Eolie, è dolce e liquoroso. Dal colore giallo dorato con riflessi ambrati emana un odore caratteristico ed intenso di fiori di ginestra ed erbe aromatiche, con sentori di albicocca matura. A gusto è gradevolmente mieloso, pieno, aromatico e persistente.

Tra i migliori vini siciliani da tavola troviamo:

Il Nero d’Avola, prodotto a Noto e Pachino, è senza dubbio il vino da tavola siciliano più conosciuto e apprezzato a livello mondiale; dagli esperti è infatti chiamato “Il principe dei vini siciliani“. Il Nero d’Avola si presenta alla vista di un gradevole rosso rubino, più o meno intenso a seconda delle tipologie del vigneto, della sua giacitura e dell’invecchiamento, ha un gusto con sentori di bacca, di ciliegia, prugna, talvolta speziato. Si abbina a carni rosse, arrosti e formaggi stagionati. Tra i principali tipi di Nero d’Avola troviamo:

  • Passo delle Mule: Nero d’Avola in purezza della “Duca di Salaparuta”;
  • Duca Enrico: Nero d’Avola per eccellenza della “Duca di Salaparuta”;
  • Corvo rosso: Nero d’Avola della “Vini Corvo”;
  • Triskelé: Nero d’Avola della “Duca di Salaparuta”;

Il Bianco d’Alcamo: prodotto nelle province di Palermo e Trapani. Delicato ed elegante si conferma un classico dell’enologia siciliana di qualità. Il bel colore giallo dorato è preludio gentile di profumi complessi che evocano fiori di campo, mandorla e pera appena matura. Piacevole e persistente seduce il palato con la morbidezza ed una invitante e fresca nota acida, che lo rendono un bianco di eccellente bevibilità. Ottimo vino per e piatti a base di pesce e crostacei carni bianche, è apprezzabile anche fuori dai pasti.

Per concludere il pasto in bellezza è consigliato il Moscato passito di Pantelleria anche detto Zibibbo (la parola “zibibbo” deriva dall’arabo zabīb (زبيب) che vuol dire “uvetta” o “uva passita”). Vino prodotto nella provincia di Trapani molto liquoroso dal colore giallo più o meno acceso, ambrato e profumo intenso con sentore di fichi secchi, albicocche e miele. Il suo sapore morbido, vellutato ed equilibrato trova la perfetta combinazione se accompagnato da dolci meglio se secchi o farciti con confetture che presentano qualche nota di acidità, come quelle di ribes o frutti di bosco in genere.

INDOVINELLO DEL GIORNO:

Bieddu a vidiri,
bieddu a taliari,
inchilu di carni
e lassalu stari.

Testolinabuffa

Tu non hai fame??

Parlare di Sicilia, si sa, mette un certo appetito.
Nell’isola sicula, ci sono diversi piatti tipici del luogo che è difficile trovare in altri luoghi d’Italia. Spulciando tra tutte le ricette del web ho stilato un “menù di deguatazione” che assaggerei volentieri se andassi in un ristorante siciliano.

Antipasti:

Arancini di carne e piselli: Palline simili ad una piccola arancia composte da un ripieno di   ragù,  piselli e riso ricoperte da uno strato di pane grattuggiato, fritte nell’olio bollente. Ottime come antipasto per togliere il senso di fame.

Pane c’a meusa: Piccolo panino arrostito con ripieno di milza cotta, accompagnato da   caciocavallo e ricotta. I formaggi servono per ammorbidire e rinfrescare la bocca.

Panelle: impasto di farina di ceci, lavorato e schiacciato, fritto dell’olio fino a diventare dorato da  ambo i lati. Accompagnamento del pasto, in sostituzione del pane. Buono anche da gustare solo.

Primi piatti:

Minestra con badduzzi: Brodo di carne misto a uova, pepe e pecorino con aggiunta di polpettine di carne di vitello. Qualcosa di liquido per ammorbidire gli antipasti tipicamente asciutti.

Pasticcio di San Giuseppe: Torta salata ripiena di sole verdure verdi: carciofi, spinaci, finocchi, piselli. In aggiunta di basico, menta, uva sultatnina e pinoli.  Un connubio di mille sapori contrastanti ma avvolgenti.

Zuppa di fave: Nient’altro che fave cotte, schiacciate e ammoridite con olio crudo. Solitamente accompagnate con crostini di pane e verduta tritata (carotine, cipolle), o con pesce tagliato a listelle.

Secondi piatti:

  • Carne:

Babbaluci a picchipacchi: I babbaluci, ovvero le chiocciole vengono consumate solitamente d’estate. E proprio dal loro consumo nasce a Palermo uno dei mestieri che durante la festa di Santa Rosalia, diventa quasi di rito “U Babbaluciaru”.

  • Pesce:

Stoccafisso a ‘ghiotta: Lo stoccafisso si presenta di colore bianco e sapore corposo,  è un alimento concentrato e gustoso, altamente digeribile e adatto a qualunque dieta; in questo caso con agginta di patate e pomodori, raggiunge l’apice del sapore.

  • Verdura:

Insalata di arance: dopo un pasto del genere è necessario “sciacquarsi” la bocca con della fresca insatala. Ma non con l’insalata convenzionale che tutti conosciamo.. Con un’insalata di arance. Arance condite con olio, pepe e olive.

Dolci:

Cannoli siciliani: Dolce non molto magro con ripieno di ricotta e frutta candita, avvolta in un biscotto fritto ricoperto da uno strato di zucchero e cannella in polvere

Sfinci: polpette di pasta fritta dell’olio e lasciata raffreddare. Buone da mangiare da sole, coparse di zucchero o ancora ripiene con ricotta fresca.

Amaretti: Impasto tipico per torte, con aggiunta di mandorle cotte nel forno e poi tritate. Buonissimi da mangiare a conclusione del pasto.


INDOVINELLO DEL GIORNO:

“Quannu niesciu mi li puortu,
a li festi mi li puortu,
a ballari mi li puortu,
‘n capu lu liettu nun mi li puortu.”

Testolinabuffa

Doralbero

Perchè “doralbero“?

Inizialmente volevo chiamare questo blog “L’albero d’oro” ma il nome esisteva già, allora ho giocato un pò con le parole! In ogni caso, perchè questo nome?
Il Sicilia esiste una pianura che circonda Palermo chiamata “La Conca d’oro“. Si estende per circa cento chilometri quadrati da est a ovest ed era un tempo interamente coltivata di agrumi. L’originario territorio ha subito negli ultimi decenni trasformazioni profonde, sotto la spinta di una espansione urbanistica incontrollata, passata alla storia come il “sacco di Palermo“.
Gli agrumi rientrano a pieno titolo nell’elenco dei prodotti dell’agriccoltura Siciliana. Inconfondibile profumo, alto livello di vitamina C, aiutano a prevenire infarti e tumori, si mangiano sia come frutta (nei dolci), sia come verdura (nelle insatale).
L’agrumeto in Sicilia ha una storia importante. I primi a realizzare degli agrumeti in modo razionale nell’isola e da ricordare in quanto meritevoli dell’introduzione dell’arancia amara in Sicilia furono gli Arabi.

Anche il limone ha la sua notevole importanza. In effetti la sua coltivazione è al secondo posto per quantità in Sicilia ed il frutto è presente nella variante del “femminello”  e dello “interdonato”. La coltivazione dei limoni prevede delle fasi lavorative estremamente precise e dalla secolare tradizione. Tale attività richiede, oltre alla necessaria competenza, molta pazienza visto che la pianta dà i suoi primi frutti dopo sei sette anni dall’innesto e raggiunge la vera e totale maturità dopo una trentina d’anni.
La raccolta delle arance così come dei limoni, si effettua seguendo delle particolari procedure in modo da non danneggiare il frutto ed evitarne così la perdita. In effetti, occorre evitare di graffiare la buccia ed effettuare la raccolta del frutto ben asciutto in modo da scongiurare che marcisca.
In passato la raccolta degli agrumi rappresentava sempre un periodo di benessere economico per tutti:

  • per i padroni perchè vedevano letteralmente i frutti dei loro investimenti;
  • per gli operai perché era richiesta la loro presenza, a partire da chi si occupava della raccolta vera e propria a chi si occupava del trasporto dei contenitori colmi di agrumi.

La visione del campo poco prima della raccolta ha qualcosa di magico, tale da fare sembrare l’albero, colmo di frutti, non più verde ma arancione o giallo, color dell’oro. Ed è una visione veramente straordinaria! Da qui nasce il nome Albero d’Oro.

INDOVINELLO DELLA GIORNATA:

Sidici e sidici trentadui,
l’haiu i’ e l’aviti vui,
e si nun l’aviti
siti vechhia e vi ruditi.


Testolinabuffa


Vi piace il mio vestito??

Ai giorni d’oggi capita di vedere i vestiti tradizionali tipici della Sicilia solo in occasioni particolari come per esempio le feste in maschera del paese, o raramente in rappresentazioni teatrali.

Il più tipico dei costumi siciliani femminili è composto da una gonnella di cotone o di lino, o di lamé a colore, chiamata fadedda o fadetta. E’ una gonnella semplice e pratica, che scende dalla cintura fino al piede, da mettere sulla sottoveste, che può essere o no unita con lo spénsiru o col jippuni dello stesso o un altro tessuto. Sulle spalle scende a punta un fazzoletto con colore o bianco fermato con uno spillo sul petto. Un grembiule modesto sulla gonna, delle calze color azzurre, scarpine nere e una mantellina di panno sulla testa terminano l’insieme di un vestire molto modesto.
La mantellina in particolare si infilava in ogni occasione. Con la mantellina, in ogni stagione, le donne uscivano di casa, andavano in campagna e in paese.
Quando andavano in Chiesa, a qualche visita o a processioni non ordinarie, indossavano la faddigghia, sopraveste di seta nera, che dalla cintura scende abbondantemente fino al piede e, secondo i luoghi, un manto foderato con la mantellina, ma privo di orlo, di panno, o secondo il ceto, di seta nera (cativellu o armuscinu) il quale copre il capo e circonda tutta la persona cadendo morbidamente più sotto delle ginocchia.

Per quanto riguarda i costumi degli uomini, si possono dividere in due categorie: giornalieri e festivi. In ciascuno di essi si riflettono i motivi che li hanno determinati o influenzati.
L’indumento più semplice è quello dei pastori, indossato durante la pioggia, quando erano intenti a guardare i greggi. E’ composto da una giubba (giubbini) e dai calzoni (vrachi) formati con pelli di capra. Di pelle d’animale sono rivestiti anche i piedi, da questo dipende il nome che prendono questo tipo di calzature: scarpe di pilu (scarpe di pelo). Sono composte da un pezzo di cuoio ripiegato in punta e fermato da piccole corregge al collo del piede, rimanendo scoperto il dorso.
Questa forma di calzature era molto adoperata sia dai pastori che dai contadini.

Dell’antica fattura di vestire dei contadini, rimane ancora oggi qualche esempio presso i più anziani nei villaggi dell’interno.
Il loro abbigliamento era formato da un paio di brache di velluto (causi) senza apertura davanti, strette da fibbie al ginocchio, abbottonate lateralmente sui fianchi e legati alla cintura da una ampia fascia di cotone azzurro o verde. Un gran panciotto (panzera) con la stessa stoffa con una serie di bottoni in ottone che rivestiva il torace e su di esso una casacca (jippuni) di velluto scuro con grandi tasche esterne ed interne. Copriva il capo un berretto di panno marrone per i contadini, azzurro per gli uomini di mare.
Dal ginocchio in giù le gambe erano coperte da calze di panno nero in inverno, di cotone bianco in estate.

Per avere una visione più definita e particolareggiata, guardate questi siti

http://www.grifasi-sicilia.com/costumi.htm

http://www.entasis.it/distribuzione/%2831%29_costumi_tradizionali.htm

http://www.festesiciliane.it/antichi_costumi_siciliani.asp

INDOVINELLO DEL GIORNO:

Intra carni
e fora fierru.


Testolinabuffa

Vi racconto una storia

Fino agli inzi del anni cinquanta del secolo scorso i nostri avi trascorrevano le fredde giornate invernali seduti attorno al bracere acceso. Tutta la famiglia stava con i piedi appoggiati nella pedaliera circolare che, al centro ospitava il bracere acceso. Questo veniva protetto da u circu di legno, sul quale una calda coperta lambiva le ginocchia dei presenti. Ai nonni, agli zii e ai genitori era demandato il compito di raccontare u cuntu. Narrare era una vera arte e c’era anche chi lo faceva di mestiere, recandosi di sera nelle case dei vicini per raccontare u romanzu, ricevendo i  cambio un piccolo compenso, talvolta una fischella di ricotta, o un pane, un pezzo di tuma, un pò di olive.
In ogni caso i bambini aspettavano con ansia quel momento, prima che il sonno giungesse a cullare i loro sogni.
Un racconto presente in tutta la vallata è quello che narra le vicende di Cumpari surciddu e Cumpari jadduzzu. Molto conosciute sono anche le gesta di Giufà, il mitico personaggio, di origine araba, comune a tutti i paesi che si afffacciano al mediterraneo, pur se con nomi e atteggiamenti diversi.
La peculiarità del personaggio siciliano è legata a tarallu (incosciente e combina guai), talvolta colto da insolita furbizia dovuta più alla casualità degli eventi che ad una caratteristica intrinseca.

Giuseppe Pitrè raccolse le favole di Giufà in “Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani”,pubblicate nel VI Volume della “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, storie  che in seguito furono pubblicate in italiano da Italo Calvino in “Fiabe italiane”.

Talvolta i racconti sono esposti in forma poetica, e altre con cadenze musicali porprie dei cantastorie. E’ ovvio che gran parte della “cultura popolare” non è tale perchè creata dal popolo, ma perchè da questo recepita, fatta propria e diffusa. La storia è piena di creatori di canti, poesie, preghiere e racconti il cui scopo è spesso quello di educare, indottrinare e indirizzare il popolo verso determinati comportamenti.

Qui di seguito riporto due episodi delle avventure di Giufà, molto carine e divertenti.

Giufà, li linticchi e la porta

C’era ‘na vota Giufà, so ma’ ci dissi:
“Giufà, cuoci du’ linticchi, pua ti tiri la porta e vieni a la missa”.
Giufà pigghià ‘na pignata cu l’acqua, ci misi du’ linticchi: unu lu lassà, l’atru si lu mancià.
Duoppu si carricà la porta e ini a la missa. Appena arrivà a la missa so ma’ ci dicci:
“Giufà ma chi facisti?”
Giufà ci arrispunni:
“Vui mi dicistivu di cociri li linticchi e carricarimi la porta”.
Appena arriva dintra, so ma’ truva sulu la pignata c’u l’acqua e ci dissi:
“Unn’è chi sunnu li linticchi?”
Giufà ci arrispunniu:
“Unu lu tastaiu e l’autru mi lu manciaiu”.
Giufà n’ha fattu e nni fa!


Giufà, le lenticchie e la porta

C’era una volta Giufà, sua madre gli disse:
“Giufà, cucina due lenticchie, poi ti tiri la porta e vieni alla messa”.
Giufà prese una pentola con l’aqua, mise due lenticchie: uno lo lascò, l’altro se lo mangiò.
Dopo si caricò la porta e se ne andò alla messa. Appena arrivò sua madre gli disse:
“Giufà ma che hai fatto?”
Giufà rispose:
“Voi mi avete detto di cucinare le lenticchie e caricarmi la porta”.
Appena arrivò dentro, sua madre trovò solo la pentola con l’acqua e gli disse:
“Dove sono le lenticchie?”
Giufà le rispose:
“Uno l’ho assaggiato e uno me lo sono magiato”.

Giufà ne ha fatte e ne fa!


Giufà e lu frumentu

C’era ‘na vota Giufà, sa matri ci dissi:
“Te stu frumentu, va
ô mulinu, u va’ macini e mi porti a farina currennu comu u ventu”
Giufà iu
ô mulinu, macinò u frumentu, poi misi fuora, u ittava a pugni a pugni e ci diceva ô ventu:
“Ventu portala a ma matri”, e si nni turnò a casa c’u saccu vacanti.
Quannu arrivò, sa matri ci addumannò:
“Giufà, m’a purtasti a farina?”.
“Comu? U ventu ‘un t’a purtò? Ia t’a mannau c’u ventu!”.
Ea matri:
“Chi figghiu tarallu!”.

Giufà e il frumento

C’era una volta Giufà, sua madre gli disse:
“Tieni questo frumento, vai al mulino, vai a macinarlo e mi porti la farina correndo come il vento”
Giufà andò al mulino, macinò il frumento, poi si mise fuori, lo buttava pugni a pugni e diceva al vento:
“Vento portalo a mia madre”, e se ne tornò a casa con il sacco vuoto.
Quando arrivò, la madre gli chiese:
“Giufà, mi hai portato la farina?”
“Come? Il vento non te l’ha portata? Io te l’ho mandata col vento!”
E la madre:
“Che figlio tonto!”


Simpatico, eh?
Per avere maggiori informazioni sugli scrittori che ho nominato prima e le loro opere, andate a vedere i link sottostanti:

Per Giusepper Pitrè:

http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pitr%C3%A8
http://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_delle_tradizioni_popolari_siciliane

Per Italo calvino:

http://www.italialibri.net/opere/fiabeitaliane.html

INDOVINELLO DELLA GIORNATA:

All’uortu mi calaiu,
belli dami ci truvaiu,
vistiti di viola e di virdi cummigliati.

Testolinabuffa

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